
I Siniscalchi
CLAN AURIFODINAE
Per il clan Aurifodinae l’avarizia non è avidità rumorosa, ma l’incapacità di lasciare andare. Trattengono il sangue più del necessario, le informazioni fino a farle marcire, le alleanze anche quando sono ormai morte. Per un siniscalco, cedere qualcosa equivale a morire un poco.
Credono che il tempo stesso sia una moneta, e che chi lo accumula abbastanza possa sottrarsi alla fine. Per questo sono ossessionati da contratti eterni, pegni di sangue, giuramenti che sopravvivono ai secoli. Ogni debito non riscosso è una ferita aperta.
Tra i sette clan, sono quelli che devono sempre avere di più: più potere, più garanzie, più leve da tirare quando il buio si fa instabile.
ORIGINI E MITO
Gli Aurifodinae fanno risalire la propria origine a un’epoca in cui il mondo cambiò padrone.
Quando il denaro iniziò a muovere il destino degli uomini più delle spade e delle corone, qualcosa di antico si risvegliò.
Le prime tracce del clan emergono nella Firenze tra XIV e XV secolo, all’ombra delle grandi banche e dei contratti siglati in silenzio. Secondo le cronache interne, fu allora che il giovane Giovanni di Bicci de’ Medici comprese una verità fondamentale: il potere più duraturo non si impone, si presta. I prestiti, i debiti e le promesse non mantenute divennero le prime catene invisibili del clan.BMa Firenze fu solo l’inizio.
Il vero volto degli Aurifodinae si rivelò a Roma, nel XVII secolo, quando la città tornò a essere il cuore pulsante della ricchezza e della corruzione sacralizzata. Con l’ascesa al soglio pontificio di Urbano VIII, il denaro smise di essere un mezzo e divenne linguaggio del potere. Il nepotismo, il mecenatismo e l’ostentazione non erano vizi: erano strumenti.
Fu in questo contesto che emerse la figura destinata a incarnare definitivamente il clan: Taddeo Barberini.
Incaricato di sovrintendere alle fusioni del bronzo per il baldacchino del Bernini in San Pietro, Taddeo ebbe accesso a officine, alambicchi e materiali che andavano ben oltre l’arte sacra. Secondo la leggenda del clan, fu lì che scoprì il Fuoco del Sangue: una sostanza imperfetta, instabile, ma capace di preservare ciò che normalmente marcisce.
Quando un esperimento fallì e le officine andarono a fuoco, Taddeo ne uscì vivo, o meglio, trasformato. L’oro fuso gli si saldò addosso come una seconda pelle, e il suo cuore smise di battere senza smettere di desiderare.
Da quella notte nacquero gli Aurifodinae come oggi sono conosciuti: non più semplici accumulatori di ricchezza, ma amministratori dell’avidità altrui.
Durante il Settecento dominarono salotti, accademie e committenze artistiche, finanziando pittori, scienziati e filosofi in cambio di segreti, fedeltà e silenzio. Opere scomparse, manoscritti mai pubblicati, scoperte soffocate: tutto venne acquistato, archiviato, sepolto.
Quando il potere dei Barberini divenne troppo visibile, il clan fece ciò che ha sempre fatto meglio: si ritirò nell’ombra.
Ma i contratti restarono. I debiti sopravvissero. I registri continuarono ad accumularsi.
A Roma, ancora oggi, gli Aurifodinae custodiscono libri contabili che attraversano secoli.
Ogni pagina è un nome.
Ogni nome, un prezzo.
E nulla, per loro, è mai stato davvero impagabile.
Filosofia di non morte
Per un Siniscalco l’eternità è indissolubilmente legata al possesso e all’opulenza. Non v’è gioia in un’eternità passata nell’indigenza ed è preferibile la morte definitiva alla privazione.
Nulla deve essere lasciato
Ogni cosa ha un valore e ogni valore deve essere trattenuto. Denaro, segreti, favori e tempo stesso vanno accumulati e custoditi. Ciò che sfugge al controllo è una perdita, e ogni perdita è una ferita all’eternità.
Il potere più puro è il debito
Il sangue può essere versato, la paura può svanire, ma un debito resta. Il clan crede che legare qualcuno attraverso l’obbligo sia la forma più duratura di dominio: chi deve, obbedisce; chi obbedisce, appartiene.
Chi possiede di più, sopravvive più a lungo
L’immortalità non è un dono, ma una riserva da alimentare. Accumulare significa ritardare la fine, proteggersi dall’oblio e dalla fame del tempo. L’avarizia non è un vizio, ma una strategia contro la dissoluzione.

Gerarchia
La struttura interna del clanì è rigida, stratificata e deliberatamente opaca. Il potere non viene mai esibito apertamente, ma si deduce da ciò che si possiede e, soprattutto, da chi dipende da chi.
​
1. Il Custode del Tesoro Nero
È il vertice assoluto del clan e controlla i registri primari: contratti di sangue, debiti secolari e pegni vincolanti. La sua identità è spesso ignota anche ai ranghi più alti, e la sua volontà si manifesta attraverso documenti, sigilli e intermediari.
​
2. I Signori del Pegno
Vampiri di grande influenza che amministrano patrimoni, fondazioni, archivi e reti economiche. Ognuno possiede solo una parte del sapere del clan, e la competizione tra loro è silenziosa ma costante.
3. I Collezionisti
Agenti operativi incaricati di riscuotere debiti, recuperare beni, persone o segreti dovuti al clan. Il loro potere cresce con ciò che riescono a trattenere e con il numero di legami che riescono a creare.
4. I Custodi Minori
Membri di rango basso o recente che sorvegliano caveau, archivi e rifugi. Vengono educati alla pazienza e alla rinuncia, perché nel clan si custodisce a lungo prima di accumulare.
Un Aurifodinae non misura il proprio potere da ciò che possiede,
ma da quanto il mondo gli deve.

Poteri minori
1. Sigillo del Debito
Il vampiro richiama un favore non saldato, una promessa sospesa o un patto mai chiuso del tutto. Le parole pronunciate rendono visibile un vincolo che il bersaglio riconosce, anche se avrebbe preferito dimenticarlo.
Effetto di gioco:
Una volta per serata, l’Aurifodinae dichiara:
“Invoco il Sigillo del Debito.”
Il bersaglio deve scegliere se concedere un’informazione vera oppure un piccolo oggetto significativo per la durata della scena.
Non si tratta di costrizione fisica: il bersaglio deve interpretare pressione morale, disagio o senso di obbligo nel concedere quanto richiesto.
2. Contabilità dell’Anima
L’Aurifodinae osserva e ascolta come farebbe con un libro mastro, pesando emozioni e silenzi come fossero monete. Per un istante intravede ciò che il tempo e le scelte hanno sottratto al bersaglio.
Effetto di gioco:
L’Aurifodinae guarda il bersaglio e dichiara:
“Apro la Contabilità dell’Anima.”
Può porre una domanda diretta riguardo allo stato emotivo, a una paura o a un obiettivo personale del personaggio.
Il bersaglio deve rispondere in modo sincero ed evocativo, senza fornire dettagli meccanici o informazioni fuori gioco.
3. Vincolo di Possesso
Il vampiro consacra simbolicamente un oggetto o una persona come parte delle proprie riserve. Non è un atto plateale, ma una presa silenziosa che ridefinisce i confini della volontà.
Effetto di gioco:
L’Aurifodinae dichiara chiaramente:
“Imposto un Vincolo di Possesso.”
Per un’ora di gioco, l’oggetto vincolato non può essere usato contro il clan Aurifodinae, oppure il personaggio vincolato non può intraprendere azioni dirette contro il clan.
Il bersaglio deve interpretare esitazione, freno interiore o razionalizzazione del proprio comportamento.

